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eG8: il lato oscuro della forza
Il G8 di Deauville doveva essere il primo summit a concentrarsi sulla Rete: e sfortunatamente è stato così. Il Forum eG8 di Parigi, che ha preceduto l'incontro ufficiale dei grandi della terra, e che doveva riflettere e far riflettere su opportunità e problematiche del Web, lascia molti dubbi e anche qualche preoccupazione all'utenza.
I dubbi riguardano sopratutto l'odore di occasione sprecata che emana l'operazione voluta dal Presidente Sarkozy. I soliti proclami avevano destato molte aspettative intorno al eG8 Forum: sia mai che i grandi capi siano stati folgorati dalle potenzialità democratiche del mezzo? vuoi vedere che si metteranno a tutelare libertà di espressione e diritto di privacy? forse che verrà spesa qualche parola per difendere i blogger incarcerati dai regimi? e Assange? e il Maghreb?
Niente, si è parlato solo di affari. Basta dare un'occhiata alla lista degli invitati, che oltre ai politici, comprendeva unicamente gli esponenti delle grandi Internet Company, delle grandi compagnie telefoniche e delle multinazionali che detengono i diritti sui contenuti (industria musicale in primis). L'assenza del "popolo" di Internet è stata molto pesante, tutti infatti hanno parlato solo di come tutelare i propri interessi e rivendicato la propria fetta di potere. Quanto la Rete crea di buono, nuovo e dianmico è stato competamente ignorato.
E proprio da qui sorgono le preoccupazioni. Una frase su tutte: per Sarkozy la Rete è un continente da "civilizzare". Quindi uno spazio selvaggio in cui è necessario portare regole e leggi, magari imporle. E l'unica libertà di cui vale la pena parlare, al di la di quanto dicono gli inutili comunicati ufficiali del dopo G8, è quella d'impresa. Sintetizza così Stefano Rodotà di Repubblica:
Siamo tornati alla contrapposizione frontale tra regolatori, identificati con chi vuole imporre alla rete controlli autoritari, e difensori di una libertà in rete identificata con la libertà d'impresa. è stata ignorata la dimensione "costituzionale", quella che mette al primo posto una serie di principi fondamentali che tutti, legislatori e imprese, devono rispettare. Così stando le cose, sono ben fondate le critiche di chi ha parlato di un "takeover" dei governi su Internet, di una dichiarata volontà politica di mettere le mani sulla rete.
Aggiungi commento Delirio e paura a Wall Street: il botto di LinkedIn
LinkedIn si quota a Wall Street, e tutti danno di matto. In una giornata di mercato delirante il Social Network creato da Reid Hofmann, ha raddoppiato il suo valore: le azioni LinkedIn immesse sul mercato, più di 7 milioni, sono arrivate ad essere scambiate anche a 90 dollari, per poi finire ad un prezzo stabile di 82 dollari. Un rialzo schizofrenico, delirante: a fine giornata LinkedIn pesava 8 miliardi di dollari, il doppio rispetto ai 4 miliardi che gli analisti economici gli attribuivano fino a ieri. "Continueremo a investire, stiamo crescendo al passo più rapido della nostra storia" ha detto l'amministratore delegato Jeff Weiner, e te lo credo caro Jeff: fino all'anno scorso LinkedIn non era nemmeno in attivo coi guadagni, e solo quest'anno è riuscito a strappare i suoi primi 15,4 milioni di dollari in utili. Miracolo, botta di culo, talento, lungimiranza: tutto è stato necessario a strappare una performance finanziaria così straordinaria. Ma membri della "Paypal Mafia" come Hoffmann e Michael Moritz mica sono degli sprovveduti: basta andarsi a leggere la storia della Sequoia Capital, per capire quanto sa guardare lontano questa nuova generazione di manager. La sbornia sarà davvero colossale, e forse LinkedIn ha aperto una nuova epoca per l'economia mondiale: i mercati sono percorsi da una nuova frenesia per i prodotti del web, e in molti hanno le stesse sensazioni che anticiparono la New Economy: se l'effetto LinkedIn è stato questo, cosa capiterà quando Facebook e Twitter decideranno di fare il grande passo? Ormai ogni tipo di titubanza sembra definitivamente stato abbattuto, che sia l'inizio di un nuovo corso? Probabile, ma il pericolo bolla esplosiva è dietro l'angolo; tanto è grosso ora il delirio, tanto è profonda la paura per una nuova stagione di speculazioni: è evidente che i prezzi delle azioni LinkedIn siano ipergonfiati e che ci sia una certa dose di incoscienza da parte di investitori poco preparati su questo tipo di prodotti, ma pronti a farsi prendere dall'entusiasmo dilagante: solo qualche giorno fa l'acquisto di Skype ad un valore esorbitante, ora LinkedIn che ha fatto da grimaldello per l'approdo in borsa dei Social Network, l'anno prossimo arriverà Facebook coi suoi 600 milioni di utenti, e poi? L'Economist da qualche spunto di riflessione con un articolo dal titolo inequivocabile: "La nuova bolla tecnologica". Il futuro di Google passa da Chromebook
Si chiamano Chromebook e saranno i primi portatili a girare con Chrome Os, il sistema operativo di Google. Arriveranno sul mercato il 15 di Giugno, in esclusiva per 7 paesi, tra cui anche l'Italia. I Chromebook saranno prodotti da Acer e Samsung, in collaborazione con Intel; e sembrano meravigliosi. A leggerne le specifiche pare provengano dal futuro, anzi meglio dall'Iperuranio dei laptop. I Chromebook sono leggeri ed economici e godono di un'elevata autonomia energetica. Le specifiche tecniche sono una normale evoluzione dei classici laptop mini: il modello Samsung ha uno schermo da 12,1 pollici, pesa 1,48 kg e la batteria dura 8,5 ore, quello Acer ha lo schermo appena più piccolo e la batteria che dura 6 ore, ma pesa 1,34 kg. Entrambi utilizzano un processore Dual-Core Intel AtomTM e dispongono di tecnologia Wi-Fi dual band e Tecnologia 3G. In più ci sarà la webcam ad alta definizione, due porte USB 2.0, slot della scheda di memoria 4 in 1, port Mini-VGA. Nel modello di Acer sarà presente anche la porta Hdmi. Ad entusiasmare però è l'idea di tecnologia mobile che sta dietro al prodotto Chromebook. La visione proposta da Google appare infatti sempre più convincente e sembra tracciare un nuovo tangibile passo verso cosa utilizzeremo in futuro: dato che la scommessa del colosso di Mountain View è far in modo che gli utenti utilizzino le Cloud per archiviare tutte le loro risorse informatiche, i Chromebook non possono che tendere verso questa tecnologia. Qunidi la nuova generazione di portatili utilizzerà un sistema operativo leggero, che non ha bisogno di obsoleti sistemi di archiviazione di memoria, ma sarà in grado di avviarsi in pochissimi secondi e di essere già in Rete, dove risiedono le nuvole cariche di tutto ciò di cui si ha bisogno. I Chromebook saranno facili da trasportare, con la batteria più autonoma possibile e in grado di lavorare anche offline. Un computer che si aggiorni da solo e che si possa condividere con amici e parenti, considerando che applicazioni, impostazioni e documenti sono tutti memorizzati nella cloud. Benvenuti nel futuro! Storify - creare storie, organizzare flussi di informazioni Storyfy diventa di pubblico dominio e ha tutta l'aria di essere una delle next big thing del web. Il nuovo startup di San Francisco viene presentato dai suoi ideatori come un mezzo per raccontare storie usando il materiale fornito principalmente dai social media come Twitter, Flickr, Youtube e Facebook. L'ossatura del racconto può essere comunque formata anche da ogni altra fonte interessante presente nella Rete.
La semplicità di Storyfy è davvero entusiasmante, così come la sua efficacia: web 3.0 al massimo delle sue potenzialità. Le storie che si possono trovare sul sito, infati, sono create dagli stessi utenti che si iscrivono alla piattaforma. Sembra la quadratura del cerchio: finalmente uno strumento in grado di organizzare i flussi di informazione generati continuamente della Rete.
Report contro i social network? La puntata di Report del 10/04/2011 intitolata "Il prodotto sei tu" ha scatenato un polverone su Facebook e Twitter, di una serie di utenti e porfessionisti del web 2.0 che ritengono che la trasmissione sia stata sensazionalistica, scorretta, incompleta e fuorviante sul rapporto opportunità/rischi che fornisce Internet.Sull'argomento segnaliamo due articoli che ci paiono completi di tutte le possibili critiche fatte al programma della Gabbanelli: Ora, non sta certo a me il compito e l'onere di difendere Report (l'ha già fatto la Gabbanelli in un'intervista all'Unità che trovate qui ), mi pare di poter però di poter fare delle considerazioni su un fenomeno che desta interesse. HuffPost, ce devi de pagà!HuffingtonPost è l'aggregatore di notizie più famoso del mondo: gran parte del suo successo lo deve ai contenuti creati da 6mila blogger che ci scrivono aggratis. Ora però questo piccolo esercito pretende di essere reso partecipe al successo economico che ha ottenuto il sito. La visibilità che è in grado di dare HuffPost ai propri contenuti è tale da attirare il lavoro volontario di tutti questi scrittori: ma ora il prestigio non basta più.
L'equazione ideata da Arianna Huffington sembrava perfetta. Il tempismo della giornalista, ex moglie di senatore, è stato davvero prodigioso. Dare una piattaforma ben visibile a tutti quegli anonimi giornalisti, opinionisti o scrittori che inondavano il web con i loro post in blog di provincia, aveva conquistato tutti: con un apprezzamento bipartisan che andava dai media mainstream agli opinionisti più corrosivi. Poi sono arrivate vagonate di soldi.
HuffPost è stato venduto dai suoi creatori ad AOL per 315 milioni di dollari, qualche mese fa. La direttrice editoriale è sempre Arianna Huffington e i blogger sono anche aumentati: il prestigio del sito è salito tanto quanto il potere della sua creatrice. Ma ora anche i blogger vogliono la loro parte.
I 6mila blogger hanno presentato una class action che chiede un risarcimento di 105 milioni di dollari, dato che il successo di Huffington Post è dovuto al loro lavoro gratuito. Gli scrittori sono capeggiati dal giornalista-sindacalista Jonathan Tasini: "Siamo stati trasformati negli schiavi moderni della piantagione di Arianna Huffington", questo è il suo pensiero.
Arianna però ha bellamente ignorato le loro istanze, dicendo che le accuse sono prive di fondamento e che la partecipazione su Huffington Post era così regolamentata fin dall'inizio. Della stessa opinione è anche AOL, co-imputato nella class action. Ai giudici l'ardua sentenza. Accendi YouTube che c'è la televisione!Google starebbe per trasformare YouTube in un network televisivo, in streaming sul Web ovviamente. Il leak viene da una fonte autorevole come il Wall Street Journal e da Mountain View non è ancora arrivata nessuna smentita. L'affare sembrerebbe comunque dannatamente serio, tanto che l'investimento iniziale dovrebbe essere di 100 milioni di dollari; così, tanto per cominciare.
Il progetto prevede che YouTube cominci a creare e distribuire i propri contenuti audiovisivi: per ora si parla di una programmazione che va dalle 5 alle 10 ore settimanali, distribuita su 20 canali tematici. Sport, intrattenimento, news, trattati attraverso contenuti professionali, esclusivi e di qualità. La trasformazione di Youtube lo farà quindi diventare un canale di broadcasting in streaming sul web, in grado di rivaleggiare con i contenuti televisivi e di attirare inserzionisti.
Ovviamente il sito continuerà ad ospitare i contenuti generati dall'utente, ma cercherà di aumentare il proprio peso anche attraverso la creazione e la distribuzione dei propri video: per ora questi saranno produzioni a basso costo e studiate specificatamente per il web. L'implementazione della piattaforma inizierà alla fine di quest'anno ma è lo stesso Wall Street Journal a sostenere che si tratterà di una profonda revisione.
Che Google si stesse muovendo in questa direzione era chiaro già da qualche tempo: YouTube a Marzo ha acquistato la Next New Network, una società di produzioni video, e ha annunciato la creazione di YouTube Avanti, un programma di borse di studio, ma anche di sostegno e formazione per i propri partner "audiovisivi"; ma da qui il passo verso la creazione dei propri contenuti sembra davvero molto breve. Landshare – terra e web
Torna Italia.it: un rilancio da 9 milioni di euro L'Italia delle istituzioni continua a inciampare sulle nuove tecnologie: dopo il disastro del videogioco Gioventù Ribelle, gli onori della cronaca toccano nuovamente a Italia.it. Il sito ufficiale del ministero del Turismo è ritornato in vita grazie a 9 milioni di euro; tutti fondi pubblici ovviamente.
Per chi non lo ricordasse Italia.it era lo scalognatissimo sito inaugurato da Francesco Rutelli nel Gennaio del 2007: costò 45 milioni di euro e visse un anno. A lungo ci si arrabattò sui costi ufficiali del portale, ma i dati ufficiali non furono mai resi noti. Nonostante le cifre esorbitanti il sito del turismo italiano si rivelò un prodotto fallimentare sotto ogni punto di vista: brutto, inefficace, inaccessibile, con contenuti pieni di errori grossolani e sopratutto incapace di generare traffico. Alla fine lo stesso Rutelli gettò la spugna e lo seppellì nel 2008.
Il mostruoso portalone giacque abbandonato nei server del Governo, fino ad oggi. Alla fine Vittoria Brambilla lo ha rimesso online con altri 9 milioni di euro: le intenzioni sono come sempre ottime, ma i risultati latitano. Pochi siti possono costare così tanto, ma è davvero inspiegabile come Italia.it possa aver assorbito tante risorse: il livello del prodotto si è sicuramente innalzato, diciamo che da pessimo è diventato mediocre.
La grafica è pulita, e si è lavorato per raccogliere molti contenuti, ma è l'impostazione di fondo a non convincere: l'impressione è che l'utenza sia già abituata a ricercare altrove tutte le informazioni che completano Italia.it; dopotutto il mercato del turismo online è da sempre famelico e la competizione tra i siti è agguerritissima. Senza contare che Itlalia.it parte già vizziato dalle solite ingenuità come non essere stati in grado di tradurre tutti i contenuti nelle lingue opzionali.
Insomma così com'è concepito il sito è inutile e sicuramente fuori tempo massimo: infatti i dati snocciolati dal ministero sul traffico generato sono volutamente mascherati. Vittoria Brambilla ha annunciato un incremento medio del traffico del 53,6 % e un aumento delle pagine lette del 45, 5 % rispetto al 2009. Peccato che nel 2009 il sito fosse praticamente morto. Amazon lancia Cloud DriveNovità fresca fresca targata Amazon. Negli Stati Uniti arriva Cloud Drive, le nuvole in cui archiviare la propria collezione di brani musicali, sempre accessibili da qualsiasi dispositivo capace di andare in Rete. Stipate quindi la vostra musica nelle librerie fornite da Amazon e ascoltate la musica in streaming dove e quando volete.
Il servizio di Digital Locker brucia sul tempo i progetti di Apple: già da qualche tempo si vociferava su di un progetto simile, targato Cupertino e che ormai dovrebbe essere attivato con l'arrivo di iOS 5. Intanto però il gruppo fondato da Jeff Bezos che guarda sempre lontano intravede concrete possibilità di sottrarre fette di mercato ad iTunes. La filosofia è sempre la stessa: fidelizzare e conquistare utenza attraverso un orientamento al cliente che non deve temere nessuna concorrenza. In effetti Cloud Drive, praticamente un servizio di archiviazione remota cloud computing, appare già molto appetibile, e apre a delle soluzioni di marketing praticamente infinite. Per ora l'offerta si struttura in questo modo: 5 Gbyte di magazzino gratis, più o meno 1000 brani in Mp3 che Amazon ospita sui propri server, ma lo spazio aumenta a 20 Gbyte se si acquista un album in Mp3 dal portale Amazon. Già attiva la possibilità di noleggiare 20 Gbyte per 20 dollari l'anno.
Amazon ha anche pensato agli strumenti per accedere alla musica conservata nelle Nuvole: sono disponibili Cloud Player for Web, che permette di gestire i file da Pc , Mac, tablet e smartphone con Android e Cloud Player for Android, un'applicazione integrata in Amazon MP3 App che permette la gestione dagli smartphone Android. Per ora il servizio è testato nel mercato Usa, ma la reazione degli investitori è incoraggiante: azioni Apple giù dello 0,2%. Twitter o non Twitter?![]() Oscuri presagi circolano sul futuro di Twitter: si sentono strane voci sul social network più amato dai tecno snob, le più inquietanti parlano addirittura di bolla pronta ad esplodere. Un inizio sfolgorante aveva portato il social network a rivaleggiare con Facebook in popolarità: c'era perfino Barack Obama a fargli da testimonial involontario. Le premesse però si stanno rivelando più fragili del previsto.
Twitter è stato fin da subito il social network più amato dai VIP; giornalisti, presidenti, attori o sportivi che fossero. E ai rispettivi fan non pareva vero di approcciarsi ad una comunicazione così diretta con il mondo mainstream. Ma questo formidabile propulsore mediatico, ora rischia di distruggere la componente “social” di Twitter. La sua comunità infatti si è cristallizzata intorno a pochi opinion leader, Obama o kim kardashian che siano, che creano un tipo di comunicazione 1 a molti; ed è evidente che questo modello comunicativo sta agli antipodi di come dovrebbe strutturarsi un social network.
I dati dello studio “Who Says What to Whom on Twitter”, messo in piedi da Yahoo, sono addirittura allarmanti. Questi dimostrano che il 50% dei Tweet è caricato dall'1% degli utenti. Praticamente sono solo 22 mila utenti a creare la metà di tutti i messaggi scambiati sulla piattaforma: più o meno 140 milioni ogni 24 ore. Il flusso è tuttora enorme, ma diventa sempre più difficile trasformarlo in rendita economica, e questa è la grande sfida che attende Twitter. Il social network ha fatto da collante alle rivolte del Maghreb, ha fatto in modo che milioni di persone riuscissero ad organizzarsi in tempi rapidissimi; si è rivelato uno strumento umanitario indispensabile, ma ora deve dimostrare la sua forza all'interno del mercato dei media. Think Quarterly: Google fa comunicazione aziendale Think Quarterly è il nuovo modo in cui Google comunica coi suoi inserzionisti e i suoi partner commerciali: ma non è una newsletter, non è nemmeno un blog e non è nemmeno uno stampato noioso e pieno di dati. Non assomiglia per niente a tutta quella corrispondenza commerciale, o informazione intra aziendale che siamo abituati a cestinare dopo una rapida scorsa.
Think Quarterly è stato concepito come un magazine trimestrale, che avrà un'edizione stampata limitata e un'edizione digitale fruibile da tutti. Ma per usare le parole di Google: “Think Quarterly è uno strumento di comunicazione unico che mette insieme alcune delle maggiori menti dei nostri giorni per discutere le grandi questioni riguardanti il business” lo descrive così Matt Brittin, direttore di Google UK e Irlanda: “Think Quarterly è uno spazio di aria pura in un mondo in affanno. Un posto dove fermarsi e considerare cosa sta accadendo e perché” continua. E verrebbe quasi da dire “Amvedi!” se non si trattasse di un progetto uscito da Mountain Wiev.
Basta guardare Think Data, questo il nome del primo numero, per capire a quale standard punti Google edizioni. Lo stampato originale di 68 pagine, distribuito solo ai partner inglesi di Google in 1500 copie, ha avuto un'accoglienza assai convincente. Poi la pubblicazione on line: ora tutta la rivista è consultabile a questo link, dove potete trovarla in una pregevole rilegatura in flash player; e godetevi pure la perfetta impostazione grafica. Altrimenti se volete andare dritti ai contenuti passate per di qui.
Think Data è stato dedicato interamente alla gestione dei dati digitali, e per trattarne a dovere sono stati raccolti parole e pensieri di Guy Laurence, amministratore delegato di Vodafone UK, di Tony Fagan, direttore ricerche di Google o di un genio come Peter Kruse, tanto per fare un esempio. Impressionante anche il livello degli editor. Insomma magnifico e gratuito, Think Quarterly si appresta a diventare un punto di riferimento per il pensiero mondiale:peccato che durerà soltanto altri 3 numeri e l'uffico stampa di Google l'abbia definita una semplice iniziativa di marketing. Dominio .xxx: il ghetto del porno nel web Un nuovo top-level domain è stato creato, si tratta del dominio .xxx, dentro al quale dovrebbero andare a finire tutti i siti porno della Rete. La ICANN ha dato il permesso alla ICM di gestire il nuovo dominio, dopo un processo decisionale che è durato più di 10 anni: e ora il porno nel web avrà il suo distretto, una specie di quartiere virtuale a luci rosse.
Per chi non lo sapesse la ICANN è l'ente più o meno governativo che gestisce e crea gli IP della Rete e i domini; dovrebbe essere no profit, ma in verità è uno dei tanti campi da gioco per le lobby che operano nella Rete; qui trovate tutta la sua storia. La ICM invece è una di queste lobby, e la sua storia è facilmente ricostruibile: da un decennio lotta con la ICANN per farsi assegnare 'sto top-level domain .xxx.
Va specificato che nessuna delle due opera nel settore della pornografia, ma sembra che entrambe se ne intendano parecchio. Infatti secondo i comunicati stampa festanti rilasciati dalle due società il dominio .xxx è stato creato per avvantaggiare proprio il mondo dell'intrattenimento per adulti e per tutelare tutti quelli che ne vogliono star fuori. Per lavorare nel nuovo quartiere a luci rosse bisognerà essere un sito porno sicuro, con tutte le carte in regola e anche una certificazione; mentre il marchio .xxx sarà facilmente filtrabile da chi di porno sui propri computer non ne vuole proprio vedere: genitori e capo ufficio compresi. Insomma tutti contenti tranne gli impiegati.
Peccato che per ora il dominio .xxx non piaccia proprio a nessuno: per gli operatori del porno si rischia l'effetto ghetto, in più tutti faticano a comprende l'utilità di dover acquistare palate di nuovi domini, che non faranno altro che reindirizzare al vecchio indirizzo del sito. Paradossalmente tutta la scrupolosità che ICM promette di impiegare nella distribuzione dei domini, farà in modo che le aziende che non operano nel porno, si vedano associare il loro buon nome ad un dominio .xxx: sarà tutto un proliferare di www.governo.xxx, www.apple.xxx, www.microsoft.xxx e via registrando.
Perfino il governo americano è contro .xxx: la ICANN avrebbe ignorato i consigli dei governi di tutto il mondo, prendendo una decisione che va contro l'interesse pubblico mondiale, innescando un processo che minerà la sicurezza e la stabilità della Rete.
Un ultimo dato utile per riflettere: l’amministratore delegato dell’ICM, Stuart Lawley, afferma di aver già ricevuto 189 mila pre-registrazioni a domini .xxx e ne attende altre 500 mila al lancio del nuovo dominio. La guerra delle social news – Pulse News, Tweetdeck, Hootsuite o Helptxt?A cercare di starci dietro e capire quale sia il migliore su pc o magari su Iphone, Ipad e Android c'è da diventare pazzi. Fatto sta che le aziende che propongono soluzioni per il mashup (la visualizzazione di più fonti in un'unica interfaccia) sono moltissime. Il presupposto da cui nascono questi software è che viviamo e vivremo in un ambiente web in cui gli utenti avranno sempre più account tra social network, mail e magari vorranno essere comunque aggiornati su quello che glii sta succedendo attorno. Il rischio (citando gli autori di Helptxt) è di vivere di un continuo sovraccarico informativo (alla faccia dell'Italia teledipendente...), ma il salto di qualità su quello che oggi sappiamo e possiamo conoscere è impressionante se impariamo ad usare questi strumenti con consapevolezza. Di seguito riportiamo quattro review degli strumenti che ci sembrano essere leader nel neonato settore, anche se restiamo a disposizione per aggiornamenti... Nuovo browser, vecchi bug: Internet Explorer 9
Internet Explorer 9 è uscito poche ore fa negli Usa. Se volete potete eseguirne il download da qui. Inutile dire quanto Microsoft punti sul suo nuovo browser per riallinearsi coi prodotti proposti dai suoi concorrenti. Internet Explorer, infatti, nonostante sia il browser più utilizzato per navigare in Rete, continua e soffrire di una specie di complesso di inferiorità nei confronti di quei simpaticoni di Firefox e Chrome. Come sempre svolgerà molto bene i compiti a casa: Microsoft promette che sarà veloce ed affidabile e molto più sicuro dei suoi compagni di banco; grande risalto è stato messo nelle funzioni di sicurezza e privacy, per non lasciare traccie indesiderate durante il proprio passaggi in Rete. Cambia anche l'aspetto, con una virata estetica più cool: grafica minimalista alla Chrome, interfaccia più semplice e compatta; utilizzo di nuovi controller direttamente da tastiera, barra delle applicazioni e ricerca su barra degli indirizzi. In più il browser supporta un sacco di nuove tecnologie come HTML 5 e WebGL e sono state riviste pure le componenti javascript. Pare però sia già stato rilevato un vecchio bug: come nelle sue edizioni precedenti, Internet Explorer sarebbe piuttosto vulnerabile nella gestione del formato MHTML, falla intorno alla quale avrebbero già cominciato a lavorare i criminali del web. Nonostante tutto, con più di 40 milioni di download in fase beta, Internet Explorer 9 si appresta a diventare il browser più utilizzato nella storia del web; e baco o non baco, Microsoft nella gara di chi sfodera il browser più fico, può sempre contare su una certezza: Safari non piace a nessuno. iPad 2 alla conquista dell'America
2011 l'anno del contatto: iPad 2 atterra negli scaffali d'America. Il nuovo monolite di Apple diventa finalmente tangibile. Per ora lo avevamo intravisto solo immerso nella dimensione eterea creata per la sua presentazione ufficiale; tra le mani di Steve Jobs che lo donava al mondo, in diretta streaming da un empireo asettico e rarefatto. Da oggi però l'oggetto del desiderio diventa fisico e sopratutto acquistabile: quando a New York saranno le 17 in punto, tutti gli Apple Store degli Stati Uniti e le grandi catene di distribuzione come Wallmart potranno finalmente venderlo. Inutile dire che sono previste lunghe code alle porte degli store: una campagna pubblicitaria perfetta e lo stesso prezzo di iPad, per gli utenti Mac valgono più delle prestazioni reali del prodotto. Musicovery – serve ancora scaricare la musica?La musica n el web è indubbiamente uno degli argomenti più ricercati, dibattuti e seguiti. Scaricare musica è diventato per molti uno dei passatempi principali di fronte al proprio pc, tanto che emule, torrent, p2p e fratelli sono diventati tanto diffusi quanto discussi anche aspramente. L'illegalità diffusa che le varie legislazioni statali hanno gioco forza introdotto per accontantare l'attività di lobbyng delle cinque sorelle (le cinque più importanti major discografiche americane) ha fatto sì che scaricare sia tanto bello quanto ahime illegale. Col tempo la rete ha saputo risopondere a questa restrizione, oltre che semplicemente ignorandola, anche costruendo alcuni business sulla fame di musica degli utenti. In effetti lo scaricare gigabyte e gigabyte di musica ci fa scontrare contro un paio di problemi: innanzi tutto il dover gestire la mole di dati, il non avere il tempo per ascoltare tutto, il non sapere cosa scaricare dopo un po' di tempo.
Rockmelt – Il browser per i social network.
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Radionomy - La web radio per tutti
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Storyfy diventa di pubblico dominio e ha tutta l'aria di essere una delle next big thing del web. Il nuovo startup di San Francisco viene presentato dai suoi ideatori come un mezzo per raccontare storie usando il materiale fornito principalmente dai social media come Twitter, Flickr, Youtube e Facebook. L'ossatura del racconto può essere comunque formata anche da ogni altra fonte interessante presente nella Rete.
La puntata di Report del 10/04/2011 intitolata "Il prodotto sei tu" ha scatenato un polverone su Facebook e Twitter, di una serie di utenti e porfessionisti del web 2.0 che ritengono che la trasmissione sia stata sensazionalistica, scorretta, incompleta e fuorviante sul rapporto opportunità/rischi che fornisce Internet.
Cosa c'è nel senso comune di più lontano dal web dell'agricoltura. È abbastanza difficile immaginarsi un agricoltore 2.0 con laptop, o meglio ancora tablet, mentre guida il trattore o sistema le stalle. Infatti, questa prospettiva ci sembra, magari per fortuna, ancora lontana da venire. Eppure l'ambiente simbolico web sta piano piano costruendo connessioni con tutti i campi dell'agire e del sapere umano. L'ultimo esempio che abbiamo trovato navigando è Landshare.



el web è indubbiamente uno degli argomenti più ricercati, dibattuti e seguiti. Scaricare musica è diventato per molti uno dei passatempi principali di fronte al proprio pc, tanto che emule, torrent, p2p e fratelli sono diventati tanto diffusi quanto discussi anche aspramente. L'illegalità diffusa che le varie legislazioni statali hanno gioco forza introdotto per accontantare l'attività di lobbyng delle cinque sorelle (le cinque più importanti major discografiche americane) ha fatto sì che scaricare sia tanto bello quanto ahime illegale. Col tempo la rete ha saputo risopondere a questa restrizione, oltre che semplicemente ignorandola, anche costruendo alcuni business sulla fame di musica degli utenti. In effetti lo scaricare gigabyte e gigabyte di musica ci fa scontrare contro un paio di problemi: innanzi tutto il dover gestire la mole di dati, il non avere il tempo per ascoltare tutto, il non sapere cosa scaricare dopo un po' di tempo.
Dopo Netscape, dopo Explorer e Firefox, dopo Safari, dopo Chrome, Opera e Dolphin, dopo Flock ecco arrivare Rockmelt, il browser web per i social network. Certo anche Flock è stato concepito con questa filosofia, infatti potremmo dire che dal punto di vista della vision gli ultimi due browser usciti sul mercato sono simili. Infatti ambedue cercano di integrare all'interno delle funzionalità di un browser la recente evoluzione del web in un'ottica social.
Molti di noi sin da quando hanno mosso i primi passi sul web hanno sognato almeno in una notte insonne di creare la propria web radio. Purtroppo però questo sogno si scontrava di sovente contro le difficoltà di iniziare e portare a termine un progetto che sembrava quasi titanico. Infatti erano necessarie ottime conoscenze informatiche, uno studio dove fare i programmi e il pagamento delle royalties per i diritti di copyright.Lo sviluppo delle tecnologie informatiche e del web ha permesso di colmare questo gap e, come spesso accade in internet, di costruire su questo gap un business: 





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